Moldova: Mosca arbitro unico del conflitto in Transnistria?

30/9/2008

Analisi di Elisabetta Sartorel per il Desk Europa di Equilibri.net:

I negoziati per la soluzione del conflitto in Transnistria sembrano aver preso nuovo impulso dopo i recenti avvenimenti in Georgia. Il riconoscimento russo di Abkhazia e Ossezia del Sud ha riacceso le speranze del leader di Tiraspol di ricevere da Mosca un simile trattamento di favore. In questo caso però pare che il Cremlino abbia deciso non di incoraggiare l’indipendenza del suo protetto, ma di favorirne anzi la reintegrazione in territorio moldavo. Questo non significa che Mosca si mostri all’improvviso più conciliante con l’Occidente, ma anzi illustra un uso ancor più strategico del proprio crescente peso a livello internazionale.

Transnistria

USA e al-Qaida: visioni a confronto

29/9/2008

Due interpretazioni opposte dell’operato statunitense in Afghanistan e Iraq, in relazione alla lotta fra Washington e al-Qaida:

Giuliano Ferrara afferma:

[…] da sette anni l’occidente in Afghanistan è all’offensiva, tiene una posizione di vantaggio fra mille contraddizioni ed errori, persistendo un rilevante e diffuso fenomeno di banditismo a sfondo etnico-teologico. Tra quelle montagne da sette anni a questa parte si parla anche di elezioni, donne a scuola e con il diritto a non girare in burqa, insomma non si lapidano le adultere negli stadi, si può ascoltare musica, non si abbattono più statue millenarie come i Buddha di Bamiyan, c’è un presidente eletto, gli allevamenti di terroristi pronti a ricevere le brigate internazionali di Dio da mezzo mondo islamico sono stati smantellati eccetera.
Anche in Iraq è in corso una controffensiva occidentale di lungo periodo da cinque anni, da quando fu abbattuto il regime ultratrentennale di Saddam Hussein. […]
Portare dalla propria parte i capi tribali sunniti, guidare insieme con loro una rivolta efficace e annientatrice contro i foreign fighters, cioè i terroristi di Al Qaida, e liberare così il triangolo infernale Baghdad-Ramadi-Falluja che aveva ingoiato migliaia di vittime militari e civili nei tre anni precedenti, non sembra impresa minore. Fermare la violenza interislamica e smantellare l’esercito di Moqtada Al Sadr, mettere in scacco le ambiziose manovre dell’Iran, promuovere il messaggio antiradicale di un clero sciita moderato e laico, che orienta una grande comunità religiosa, maggioritaria nel paese e oggi decisiva in un governo di coalizione eletto: anche questa non sembra impresa di tutti i giorni, in un tempo di rivoluzioni islamiche e guerre di civiltà dispiegate.

Afghanistan

Michael Scheuer, celebre analista di intelligence e collaboratore della Jamestown Foundation, ha una visione a dir poco differente:

By any reasonable standard of evaluation, al-Qaeda’s self-appointed role as the inciter of jihad has contributed to a world that is much more afflicted with jihadism today than it was in 1996. Moreover, most locations experiencing rising jihadi activities are states that Washington views as important to US national-security interests. The current problem is so widespread - including locales where there was, at most, limited jihad-related activity in 1996 - that the failure of major US and Western leaders and media to see the reality, let alone the ardent belief of some that the threat is receding, is inexplicable. […]
In Afghanistan, the Sunni Islamist movement is stronger and more coherent than at any time since the late 1980s, when the Red Army was still occupying the country. While the Taliban are the dominant insurgent group there, many of the so-called “old mujahideen” - such as Gulbuddin Hekmatyar and Jalaluddin Haqqani - have rejoined the fight against the US-led coalition. In addition, the Taliban have re-emerged from their 2001 defeat and eviction from power as a much-improved military organization, flush with manpower and external funding. They are armed as well with an increasingly effective information-warfare capability. […]
The pace of the Sunni Islamist insurgency in Iraq has slowed as the Sunnis stand down to ensure the withdrawal of the first 8,000-man tranche of US troops proceeds unhindered. At the same time, the Sunnis are organizing, absorbing new funds and arms from Iraq’s Sunni neighbors, and training for the coming civil war with Iraq’s Shi’ite rulers, a war whose arrival may be accelerated by the Shi’ite-dominated government’s retributive policy toward the Sunnis who sided with US forces.

Inoltre, Scheuer ritiene che data la crisi finanziaria in corso, gli USA sarebbero molto vulnerabili a un attacco portato da al-Qaida sul territorio americano.

CIS States In Shadow Of Energy Revenues

22/9/2008

Analisi di Bruce Pannier contenente parte di un’intervista data a Radio Free Europe sul legame fra prezzo del petrolio ed economie degli stati della CSI.

Oil in the Caspian Region

Soaring oil and gas prices have been a boon for energy-exporting countries, including Commonwealth of Independent States (CIS) members Russia, Azerbaijan, Kazakhstan, and Turkmenistan. But more recent events have prompted forecasts that decreasing demand could deflate those same countries’ revenues from energy exports. How low do prices need to get before they significantly affect those same economies, and how soon might those effects start to show?

Russia, Azerbaijan, Kazakhstan, and Turkmenistan have vast deposits of oil and natural gas and sit between two of biggest energy consumer markets in the world: the European Union and China. Their fortunes are bright today, but is there a chance they may be relying too much on their hydrocarbon wealth?

Ucraina: si entra nell’era post-arancione?

Europa, Stati Uniti e Russia sono osservatori interessati della politica interna ucraina. L’impatto della guerra russo-georgiana si è fatto sentire, allorché i leader politici ucraini hanno dovuto prendere posizione. La fine della coalizione fra i due ex leader della “Rivoluzione arancione”, Yushchenko e Tymoshenko, inquieta l’asse euro-atlantico. Mosca, che mai si è arresa all’idea di un tramonto della propria influenza politica a Kiev, potrebbe approfittarne, sconvolgendo i piani di “occidentalizzazione” dell’Ucraina di NATO, Stati Uniti, Polonia e parte dell’UE.

Analisi di Alessandro Savaris per il Desk Europa di Equilibri.net.

Yushenko e Tymoshenko nei giorni della

Vedi anche l’analisi Weekly di Equilibri.net a cura di Felice Di Leo:

La rottura consumatasi la scorsa settimana tra il partito del presidente Yuschenko, nostra Ucraina, e quello guidato dalla “pasionaria” della “Rivoluzione arancione” Yulia Tymoschenko, pone serie ipoteche sul futuro politico delle forze filo-occidetali in Ucraina. L’attuale crisi di governo, se entro trenta giorni non si troverà l’accordo per la formazione di una nuova coalizione si dovrà andare alle urne, rischia infatti di rinforzare le forze filo-russe ed in particolare il Partito delle Regioni guidato dall’ex primo ministro Yanukovich tra i possibili membri del futuro governo. Il rapporto tra i due, oramai ex – alleati, Tymoschenko e Yuschenko è andato infatti sempre più deteriorandosi negli ultimi mesi anche a fronte di un riavvicinamento della Tymoschenko a posizione maggiormente filo-russe. Per Mosca il Primo ministro ha riacquistato il ruolo di interlocutore credibile ed è considerata, a differenza di Yuschenko, un possibile alleato. Mentre il presidente ucraino ha fortemente stigmatizzato il ruolo della Russia nella crisi georgiana il primo ministro ha usato toni più concilianti, e nelle ultime settimane ha addirittura messo in dubbio la veridicità di uno degli episodi mediaticamente più significativi della “Rivoluzione arancione”, il presunto avvelenamento di Yuschenko da parte di emissari russi.

Viste le premesse non è, quindi, da escludere che invece di ricorrere alle elezioni anticipate il partito della Tymoschenko si allei con quello di Yanukovich. È stata, infatti, la stessa Primo ministro a sottolineare più volte che vista l’attuale crisi finanziaria mondiale uno stallo politico nel Paese arrecherebbe danni enormi all’economia. Un’altra ragione che potrebbe ulteriormente far propendere verso la formazione di una nuova coalizione è dato dalle elezioni presidenziali dell’anno prossimo. Votare in contemporanea per il parlamento e per la presidenza consentirebbe da un lato di evitare i contrasti tra l’esecutivo e il presidente, che hanno caratterizzato gli ultimi anni, e dall’altro rappresenterebbero per la Tymoschenko la possibilità di proporsi come l’alternativa principale ad Yuschenko. Il presidente non gode in effetti di molta popolarità e un sondaggio ha rilevato che un’eventuale elezione parlamentare relegherebbe la sua formazione Nostra Ucraina al terzo posto, sensibilmente staccata dal Partito delle Regioni e da quello della Tymoschenko.

Stati Uniti: Speciale Elezioni Presidenziali 2008

18/9/2008

Pagina di Equilibri.net specificamente dedicata alle elezioni USA

Equilibri.net

La marcia d’avvicinamento alle elezioni presidenziali statunitensi che si terranno il prossimo 4 novembre entra nelle fasi decisive. Le Convention dei Partiti sanciranno definitivamente la composizione dei ticket elettorali che già da ora si affrontano mediaticamente alla ricerca di voti utili per la conquista della Casa Bianca. I mesi che ancora separano i candidati dal verdetto delle urne sembrano poter essere quanto mai interessanti data la turbolenza del periodo, scosso dagli scontri militari in Georgia e segnato da una crisi economica che sembra essere ancora lontana da una soluzione. Barack Obama e John McCain saranno quindi impegnati su più fronti e i candidati alla vicepresidenza, Joe Biden e Sarah Palin, potrebbero rivelarsi fondamentali nel sopperire alle mancanze dei due leader dei ticket elettorali su temi come la politica estera e l’economia.

Le prossime saranno comunque elezioni che segneranno nuovi traguardi per gli Stati Uniti: se fosse eletto Barack Obama sarebbe il primo Presidente afroamericano nella storia del paese mentre John McCain potrebbe essere il candidato più anziano a conquistare la vittoria alle elezioni presidenziali. Sia il Democratico Obama che il Repubblicano McCain sono politici atipici, lontani dagli stereotipi che contraddistinguono gli appartenenti ai due partiti: il Senatore dell’Illinois è infatti considerato da molti il candidato più vicino alle correnti di sinistra del Partito Democratico che sia arrivato alla leadership mentre l’ex Senatore dell’Arizona è definito un “battitore libero”, lontano da posizioni fortemente conservatrici su temi come l’ambiente e la sanità.

La battaglia elettorale si giocherà quindi su più fronti e la ricerca di voti utili riguarderà entrambi i candidati, che dovranno saper interpretare nel modo migliore una situazione demografica che vede nei latinos il gruppo sociale maggiormente in grado di determinare il risultato delle elezioni presidenziali. Rispetto alle tornate elettorali degli ultimi anni la lotta in alcuni Stati chiave per l’elezione del prossimo Presidente sarà durissima: Nevada, New Mexico e Florida sono solo tre tra gli Stati che i sondaggi indicano come ancora “non assegnati”, in cui possono cioè verificarsi possibili riallineamenti nelle decisioni degli elettori. Il ticket Democratico e quello Repubblicano daranno probabilmente vita ad una campagna elettorale molto intensa, in cui sicuramente non mancheranno sorprese e tentativi di danneggiamento mediatico degli avversari. Il futuro degli Stati Uniti si deciderà nei prossimi 60 giorni, la presente è stata creata nel tentativo di poter comprendere e spiegare ai lettori quali saranno le dinamiche e le scelte che porteranno uno dei due candidati ad essere il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti d’America.

Mappa presidenziali

Per Rusconi “il Paese ha perso l’orientamento”

17/9/2008

Vale la pena leggere l’articolo di Gian Enrico Rusconi su La Stampa del 13 settembre:

I l Paese ha perso l’orientamento. Nessuno lo rappresenta più davvero. Testarde fazioni politiche contrapposte tengono in ostaggio la politica.
Il ceto degli intellettuali si è dissolto in singoli individui o in piccoli gruppi. Non solo ha perso valore la qualifica di destra o sinistra, non ci sono più conservatori e progressisti, ma si è smarrito il senso di ciò che tiene insieme questo Paese. Nessuno sa più dirne le ragioni, in modo convincente per tutti, pur facendo attenzione alle legittime differenze.

[…] Esattamente quindici anni fa molti di noi si sono chiesti se non cessassimo di essere una nazione. Allora c’erano le prime aggressive provocazioni antinazionali della Lega, i forti timori per una globalizzazione appena scoperta e la nuova inattesa visibilità degli immigrati. Al confronto di oggi quei problemi erano relativamente controllabili. Quello che non era prevedibile invece era l’implosione interna della nazione cui assistiamo oggi. Sì, forse, stiamo cessando di essere una nazione.

Come nell’articolo di Giorgio Ruffolo segnalato il 4 settembre scorso, anche in Rusconi torna il tema della nazione. Fra tutti i temi storico-politici dibattuti in Italia, quello della nazione è uno dei meno compresi. Quando lo si affronta, generalmente lo si fa di riflesso, dopo una qualche polemica innescata da dichiarazioni di qualche esponente della Lega Nord. Ma il discorso rimane al solito molto superficiale. Quanta attenzione ha ricevuto, per esempio, la biografia di Ferruccio Parri dello storico Luca Polese Remaggi (La nazione perduta. Ferruccio Parri nel Novecento italiano, Il Mulino, 2004)? Ben poca.

Ma il tema nazionale non può essere usato solo come vago riferimento per contrastare idee secessioniste o per esaltare i poteri taumaturgici dell’integrazione europea (facendo dello stato-nazione il fulcro dei mali dell’Europa); deve invece essere approfondito. Esso è connesso al senso stesso della democrazia liberale e della Repubblica, al loro funzionamento, al ruolo dell’Italia nel mondo.

Unione Europea: le critiche NATO segnalano difficoltà strategiche

Analisi per Equilibri.net

L’Unione Europea, sotto la presidenza francese, presenta il proprio ruolo nella crisi russo-georgiana come un forte progresso della Politica estera e di sicurezza comune europea. La percezione di questa politica in ambito euro-atlantico, tuttavia, è tutt’altro che unitaria. Il Segretario generale della NATO De Hoop Scheffer ha duramente criticato l’ultimo accordo euro-russo perché troppo accondiscendente con Mosca, ma quel che più è importante è che tale critica coincide con le posizioni di paesi europei quali Polonia, Lituania, e in buona parte anche Regno Unito e Svezia. L’unità della politica estera europea è ben più fragile di quanto appaia in superficie.

[vedi carta di “Limes” sulle “Europe profonde”]

Geopolitica europea

Il conflitto russo-georgiano complica il disarmo nucleare

11/9/2008

Dal blog della F.A.S.:

The United States needs Russia’s cooperation to pressure Iran into forgoing its nuclear ambitions, to secure nuclear material in the former Soviet Republics, and to work toward reducing the dangers of intentional or accidental use of nuclear weapons. With the looming December 2009 end to START I, it is imperative that the U.S. and Russia be able to cooperate on producing a new nuclear arms control treaty that will include verification protocols and irreversible reductions in nuclear weapons. The war in Georgia has seriously damaged the pathway to this cooperation, and instead has renewed Cold War tensions.[ii] It will be up to the new leaders in Washington to use this time as an opportunity to draw attention to the proliferation danger of unsecured nuclear material in the Caucuses and to impress upon the American people the need to continue to work with Russia to secure this material and continue to work toward eliminating nuclear weapons. The 123 Agreement for civilian nuclear cooperation with Russia was never our best effort for either of these goals; it will be up to the next administration to find a better path of cooperation with Russia on verifiable, irreversible nuclear disarmament.

nuclear warhead

Crisi Russia-Georgia. Intervista (Radio Radicale)

8/9/2008

Intervista per Radio Radicale sulla crisi russo-georgiana. A cura di Lorenzo Rendi.

Cipro: finestra d’opportunità per risolvere il conflitto?

5/9/2008

Stefano Torelli per il Desk Europa di Equilibri.net, 5.9.2008:

I leader delle due parti di Cipro hanno aperto una serie di colloqui per giungere ad un accordo sulla riunificazione dell’isola. Dopo più di quattro anni di stallo, a seguito del fallito referendum del 2004 per il “Piano Annan”, le due comunità sembrano più risolute che mai nel voler trovare una soluzione. A livello regionale, ciò potrebbe portare ad un boom degli investimenti nell’isola, soprattutto nella parte turca a Nord, attualmente isolata, oltre che ad un aumento del commercio grazie all’apertura dei porti turchi alle navi cipriote. Per la Turchia sarebbe una delle possibili chiavi di volta per l’ambito ingresso nell’Unione Europea.

Cipro

Perché l’Italia rischia la decomposizione

4/9/2008

Una sintesi storico-geografica di sicuro interesse, scritta da Giorgio Ruffolo su La Repubblica del 3 settembre 2008.


E’ la decomposizione il rischio per l’Italia
Provo a raccontare in forma di parabola la storia di un grande Paese che abita una penisola troppo lunga. Così la definirono gli arabi, l´Italia, quando tentarono invano di impossessarsene. Un Paese la cui storia fu spezzata in due. Anzi, in tre. Nell´antichità c´erano a Nord i Celti. A Sud i Greci. Al Centro gli Etruschi. I romani lo unificarono per la prima volta, ma immergendolo in un grande impero. Poi l´impero si sfasciò e quel paese tornò a spezzarsi. In due. Anzi, in tre. A Sud, sempre i Greci. A Nord i Longobardi. Al Centro, la Chiesa. Per quattro o cinque secoli, il Nord fu politicamente unito sotto il segno dell´impero: dai longobardi, e poi dai franchi e poi dai tedeschi. A Sud invece si frammentò subito tra colonie greche, ducati longobardi e repubbliche autonome, continuamente percorso da eserciti imperiali e da orde saracene.

(more…)

Unione Europea: rischio geopolitico e sue implicazioni

Mia analisi per il Desk Europa di Equilibri.net:

Una delle conseguenze più importanti del conflitto fra Georgia e Russia è l’aumento del rischio politico per gli investimenti sia nell’area del Caucaso, sia nella stessa Russia, per molte aziende occidentali, in particolare nel settore energetico. Tale rischio politico è fortemente influenzato dal “rischio geopolitico”, cioè da quegli elementi conflittuali di tipo inter-statale o intra-statale determinati dal rapporto fra geografia e potere. La valutazione del rischio geopolitico diventa dunque sempre più cruciale per i decisori europei.

Equilibri

Georgian Conflict Obliges Export Route Reality Check

2/9/2008

Kent Moors sul rischio, in ascesa, nel settore idrocarburi in Georgia in seguito alla guerra russo-georgiana:

The wider implications are only beginning to appear. As one commentator put it on August 12, “The biggest casualty of the showdown has been the West’s naive belief that Georgia provides a secure alternative energy corridor that avoids either Russia or charter ‘axis of evil’ member Iran.” Over the last decade, Western companies have pumped $5 billion into developing the Batumi, Poti and Kulevi Black Sea ports, along with the Baku-Supsa oil pipeline and the BTE. However, the real crown jewel of Western investment success has been the 1,760-kilometer, 1 million barrel a day BTC pipeline. All are now clear targets in a new security environment.

Pressioni di Mosca sulla Turchia

Riporta Abbas Djavadi per RFERL:

Russian Foreign Minister Sergei Lavrov is scheduled to arrive in Ankara on September 1, where bilateral discussions will focus on the presence in the Black Sea of U.S. warships transporting humanitarian aid to Georgia.

The deputy chief of the Russian armed forces General Staff, Anatoly Nogovitsyn, said last week that according to a 1936 agreement, ships belonging to nonlittoral countries may not remain in the Black Sea for longer than 21 days. Turkish media quoted Nogovitsyn as warning that Russia will wait until that deadline expires, after which it will “hold Turkey responsible for the situation.”

black sea sabre rattling