Francia: scontri nelle banlieues non imprevisti

26/11/2007

In un’analisi per il PINR dell’8 maggio scorso si scriveva che, dopo il trionfo alle elezioni presidenziali, il problema più grave per Nicolas Sarkozy sul breve periodo (6-12 mesi) sarebbe stato non tanto politico-parlamentare (e infatti il Governo tiene bene sulle riforme) quanto sul piano dell’ordine pubblico.

“The big challenge for Sarkozy and his new government will be that of controlling possible riots without falling into the trap of excessive repression. PINR expects such a threat to the new French ruler to remain high for the next 6-12 months.”

Puntuale, la violenza è tornata nei difficili sobborghi delle città francesi, con ben altra intensità rispetto agli scontri alla Sorbonne degli ultimi giorni — che hanno comunque consigliato una chiusura precauzionale delle facoltà.

Parigi, 26 nov. (Adnkronos) - E’ di 21 poliziotti feriti, un commissariato incendiato e un altro devastato, il bilancio dei disordini scoppiati ieri pomeriggio alla periferia di Parigi, che si sono protratti fino alla mezzanotte. Decine di auto sono state incendiate e numerosi negozi devastati in sei ore di violenze a Villiers-le-Bel, nel dipartimento di Val d’Oise, una ventina di chilometri a nord della capitale. A scatenare gli scontri è stato un incidente fra un’auto della polizia e una moto con a bordo due adolescenti senza casco, che sono morti nell’impatto.

Il problema, per Sarkozy, è ora quello di riportare l’ordine senza eccedere nella repressione ma mostrando estrema fermezza. Non è un compito facile. Quel che è certo è che i cittadini francesi saranno molto attenti alle mosse del Governo e del Presidente: chi lo ha votato vuole che le riforme vadano avanti; chi si oppone a Sarkozy e Fillon non perdonerà alcun dérapage. L’Eliseo si gioca molto in questi giorni in termini di credibilità.

Kazakhstan: petrolio, gas, Nazarbayev e grandi potenze

21/11/2007

Policy brief scritta per l’ISPI.

Dall’inizio del decennio l’importanza strategica ed economica dell’Asia centrale è andata costantemente aumentando. Nella regione, il Kazakhstan è emerso come l’attore più corteggiato dalle grandi potenze: gli USA lo vorrebbero nella NATO, gli europei come partner strategico della UE, la Russia nella propria sfera d’influenza in via di ricomposizione, e la Cina come interlocutore privilegiato per le forniture di petrolio e di gas naturale. Astana sembra decisa a giocare su tutti i tavoli, non disdegnando nemmeno l’approfondimento dei rapporti diplomatici e commerciali con l’Iran.
In luogo di una logica di blocchi contrapposti o di egemonia unipolare, si fa strada una nuova multipolarità eurasiatica in cui il Kazakhstan è deciso a restare indipendente e flessibile. Ma la relativa stabilità interna e l’interesse internazionale non bastano a mascherare due elementi critici nell’evoluzione politico-economica della repubblica centro-asiatica: in primis, lo strapotere del presidente Nursultan Nazarbayev, che crea imbarazzo e riflette una struttura in gran parte autocratica. In secondo luogo, le potenzialità del settore degli idrocarburi in gran parte ancora inespresse, anche a causa del rischio politico per gli investitori stranieri.

Russia: Sospensione del CFE

14/11/2007

Analisi scritta per il P.I.N.R..

Moscow’s decision to impose a moratorium on the C.F.E. Treaty must be understood in a broader framework. From an international and geostrategic point of view, Moscow’s move suggests that Russia is determined to bring the United States and N.A.T.O. to the negotiation table as it thinks that the Western strategic position has weakened in the last five to six years. Therefore, Moscow hopes to stop N.A.T.O.’s expansion and to maintain a strong strategic influence in Ukraine, Moldova, and Georgia. In this sense, it seems clear that the B.M.D. and C.F.E. issues are diplomatically intertwined.

However, domestic policy concerns in the United States and in Russia will make diplomatic relations between Washington and Moscow more difficult in the short term. While it is likely that Moscow’s suspension of the C.F.E. will not translate into overtly aggressive moves and a massive military build-up, the current crisis may bring serious political implications, especially because it risks causing divisions within N.A.T.O. about what policy should be adopted toward Moscow.

Italian Center for Turkish Studies

8/11/2007

Iniziativa per lo studio delle problematiche di sicurezza, difesa, energia, politica e cultura riguardanti la Turchia.

Turkey’s geopolitical, strategic, and cultural importance is rising. After the end of the Cold War, Ankara’s weight in political and economic affairs has augmented as its role has extended well beyond its geographic boundaries. In fact, while Turkey isn’t anymore the West’s pillar against Soviet expansion, its strategic relevance for Europe and NATO hasn’t diminished. On the contrary, Turkey is now a key player in the Wider Black Sea Region, in Central Asia, and in the Middle East. Its value as an �energy corridor� between the EU and the Transcaucasian and Central Asian strategic regions is constantly growing.

Turkey is recognized by Western powers, Middle Eastern states, and former Soviet states as a necessary stabilizer in the broad area where the Euro-Atlantic security community meets the Eurasian world and the Middle East. Its function is that of a bridge that can make the Eurasian geopolitical system function better, since it connects its main parts on the political-strategic, cultural, and economic levels.

Europe’s common foreign and security policy, still in its initial stages, cannot afford to ignore Turkey’s geopolitical and strategic weight. This is especially true at a time when religious differences are often manipulated for political reasons. Turkey’s political model, epitomized by its secular democracy, is a strategic asset when it comes to the relationship between the West and the Middle East.

The bilateral relations between Italy and Turkey thus take a new dimension in the new international context. The two countries have been rivals and then allies in the Mediterranean region for a long time. Rome has always been among the strongest supporters of Ankara’s EU integration bid. Moreover, Italy aims at becoming Turkey’s main European economic partner.

This notwithstanding, knowledge of Turkey’s politics, culture, and society in Italy is still lackadaisical. Universities have formed only few real specialists until today. Ideological and political biases are still present, fostering superficial analysis of ongoing events and discouraging further studies.

The creation of the Italian Centre for Turkish Studies (ICTS) is an effective tool to support scientific cooperation, research, and the spread of solid knowledge about Turkish political affairs and society. ICTS is a unique think-tank that can rely upon an extended network of Italian, Turkish, and international scholars, analysts, diplomats, and other personalities with a proven record of academic and political activities regarding Turkey. ICTS activities are geared toward academicians, journalists, entrepreneurs, and decision-makers who want to understand Turkey’s complex political and social aspects.

ICTS will be officially launched on November 9, 2007, in Istanbul, at Circolo Roma, where Dr. Carlo Frappi (Director ICTS), Prof. Giovanni Ercolani, (Assistant Director ICTS), Prof. Gareth Winrow (Istanbul Bilgi University), Dr. Kemal Kaya (East and West Studies Institute, Ankara) and Prof. Dragos Mateescu (Izmir University of Economics) will deliver a conference on the topic of The Italian Center for Turkish Studies: The Meaning of a New Initiative of Scientific Cooperation

Italia: cresce l’intreccio politico-finanziario

Sul Giornale del 7 novembre, “Geronimo” spiega in modo conciso la posta in gioco del “risiko bancario” nella fase politica nazionale attuale. Un aspetto sottovalutato — a torto — della competizione politica italiana attuale, anche perché molto spesso “velato” dal rumore di dichiarazioni polemiche su altri fatti, più dibattuti ma meno importanti.

Mentre la politica è in rissa nei palazzi delle istituzioni la guerra tra cartelli economici e finanziari sta raggiungendo picchi elevatissimi. Lo scontro, tanto per semplificare, è tra Mediobanca-Unicredito da un lato e Banca Intesa-S. Paolo dall’altro. I campi di battaglia sono molteplici ma due svettano su tutti, il controllo delle Generali e il riassetto manageriale di Telecom previsto per domani.
Le Assicurazioni Generali sono da sempre un terreno minato, sul quale si sono consumati accordi, vendette e ricchezze sproporzionate. Dall’epoca liberale prefascista al famigerato ventennio, dagli albori della Repubblica sino ai giorni nostri, con un lungo silenzioso intervallo coinciso con l’egemonia di Enrico Cuccia su larga parte del capitalismo italiano. Le Generali sono un colosso finanziario che capitalizza in borsa 46 miliardi di euro che nei primi nove mesi dell’anno ha registrato utili per 2,3 miliardi con un incremento del 21% rispetto all’anno precedente. Ebbene un colosso di questa portata viene improvvisamente «terremotato» da una lettera scritta da un fondo di investimenti, Algebris, guidato da un giovane di belle speranze il dr. Davide Serra, che con il suo facile e fluido periodare ci ricorda esperienze antiche spesso conclusesi poi tragicamente. La lettera di Algebris al vertice delle Generali altro non contiene che cose sapute e risapute dal mercato. Alti stipendi del management, margini di gestione minimi rispetto a quelli dei maggiori competitor europei del leone di Trieste, dubbi sull’economicità di alcune diversificazioni, essenzialmente Telecom e RCS-Corriere della Sera. Come si vede nulla di nuovo sotto il sole.
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