ITER
29/6/2005La Francia ospiterà il progetto ITER per la fusione nucleare “pulita”. Un articolo del New York Times su questa posta in gioco di enorme importanza.
La Francia ospiterà il progetto ITER per la fusione nucleare “pulita”. Un articolo del New York Times su questa posta in gioco di enorme importanza.
Michael Weinstein, analista statunitense dell’Istituto PINR, spiega il dilemma USA di fronte all’ascesa cinese, e prevede nuove difficoltà per Washington sul piano della competizione geoeconomica.
William Lind sul concetto strategico giapponese, con qualche significativo commento sulla strategia statunitense in Asia Pacifico…
In un’analisi per il Power and Interest News Report, Michael Weinstein e Yevgeny Bendersky segnalano il consolidarsi di un riallineamento diplomatico/strategico mondiale nel senso di un passaggio verso la multipolarità sistemica:
n the summer of 2004, the drift towards multipolarity was evident, but the balance of power in which it would eventuate was still uncertain. A year later, the configuration of multipolar world power is coming into focus and shows signs of settling into a stable alignment in the short term that promises a period in which no great power has an interest in taking major military initiatives — an era of relative peace in which some powers attempt to regroup and retrench to make up for their loss of momentum, and others try to accelerate their ascent by continuing their economic growth and enhancing their military capabilities.
Da questa constatazione, derivano una doppia previsione: sul breve termine, si noterà un intenso lavoro di collaborazione tra potenze, teso ad accumulare capacità — e quindi si avrà un periodo di relativa calma. Sul medio/lungo periodo, tuttavia, tale mutamento sistemico potrebbe produrre delle serie crisi internazionali:
The short term likelihood of global stability does not prefigure a similar result in the medium and long terms; it is a consequence of a specific conjuncture in which all the major regional power centers are constrained to turn inwards in order to cope with domestic political strains and to fit themselves for achieving their more ambitious strategic aims in the future. The present moment of stasis is just as likely to be a prelude to a period of intensified conflict as it is to presage long term peace.
Sul Figaro del 17 giugno, il deputato francese UMP Bernard Carayon mette in luce alcuni aspetti dell’integrazione europea di vitale importanza — pratica e analitica — generalmente sottovalutati.
Prima considerazione:
Ne nous méprenons pas : avec ou sans adoption du traité constitutionnel, nous ne pouvons avancer à vingt-cinq dans certains domaines clés pour la compétitivité des économies nationales et donc européennes.
Le ministre des Affaires étrangères letton, Artis Pabriks, l’a réaffirmé récemment dans un entretien au journal Le Monde : son pays s’opposera à toute politique fiscale commune ! Il n’y a donc aucune chance que nous arrivions à un objectif européen de «mieux vivre» par une harmonisation de nos standards fiscaux ou sociaux.
Quindi: soprattutto dopo l’allargamento, come previsto già da tempo dagli analisti più attenti, si formano naturalmente delle “asimmetrie” interne all’Unione, cosa che rende utopistico (nel senso cattivo del termine) un vero governo comune europeo.
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Merita attenzione un’analisi apparsa sul sito Open Flows riguardo le caratteristiche e le prospettive dell’intelligence “a sorgente libero”, e sul suo rapporto — soprattutto culturale — con il movimento Open Source in ambito software.
Declino demografico prolungato, declino industriale, sfiducia. E poche, se non nessuna, novità politica rilevanti. L’Italia è in crisi, e la recente proposta del Min. Maroni per un ritorno alla lira (agganciandola al dollaro), appare in realtà come la spia di uno scontro fra settori sociali influenti. Sull’euro, ma non solo.
L’Italia al bivio, articolo per il Power and Interest News Report
Le non au référendum est un moyen comme un autre de souligner à quel point le peuple français ne supporte plus l’absence de stratégie concernant son avenir. Depuis Giscard d’Estaing, l’habitude a été prise par les différents chefs de gouvernement de tout miser sur l’Europe. Ce vide stratégique est apparu avec force lorsque l’Europe est entrée dans la spirale d’un élargissement géographique sans rationalité avec le temps et sans contrepoids au jeu d’influence des puissances environnantes à l’Ouest comme à l’Est.La France a besoin d’une stratégie de puissance à l’image de celle conçue par le général de Gaulle après 1958. Aux antipodes d’un pouvoir impérial, la démarche du créateur de la Vème République se voulait généreuse mais aussi lucide. Le général de Gaulle avait compris que la guerre économique n’était pas un fantasme d’intellectuel aigri mais une réalité incontournable de la mondialisation des échanges.
Queste parole aspre e realiste sono di Christian Harbulot, studioso di geopolitica e di strategia economica. Dopo il “no” al trattato costituzionale, in Francia sembrano in ascesa due distinte correnti alternative al duopolio RPR-PS: quella di Nicolas Sarkozy, neo-liberale, conservatrice e filo-atlantica, e quella del microcosmo “sovranista”, erede di un certo gollismo poco incline ai compromessi. Nel contesto confuso del dopo-referendum, nel paese transalpino potrebbe essere arrivato il momento di profondi cambiamenti…
La rivista belga “De Defensa”, facendo riferimento a un articolo dell’Independent, nota come l’operazione occidentale in Darfur nasca nella confusione istituzionale e operativa. USA e Francia si scontrano sulla preminenza della NATO o della UE nella “missione”.
Avevo già segnalato il problema, qui: La crisi in Darfur all’epoca della competizione USA-Cina
In un articolo di estremo interesse, la Prof. Margaret Blunden (University of Westminster, Londra) mette in luce quanto siano superficiali certi discorsi sullo “statalismo francese” e sul “liberismo britannico”. Le realtà politico/sociali del Regno Unito e della Francia sono, se le si legge attentamente, molto più composite di quanto si crede normalmente.
In particolare, dopo il voto francese che ha sanzionato negativamente l’adozione del Trattato Costituzionale dell’UE, è in uso dire che la Francia ha “rifiutato il modello anglosassone”. Ma negli ultimi 20 anni, il liberismo ha fatto passi da gigante in Francia, mentre Blair, con la spesa pubblica, ha potuto evitare la chiusura di scuole e ospedali:
The Manichean opposition of these two abstractions, social Europe, the French model, and liberal Europe, the British model, actually conceals the fact that Britain is nothing like as liberal, and France nothing like as social, as the French debate has suggested. Tony Blair’s government has presided over a big shift in resources to the public sector. Britain is raising the tax burden, whereas the trend of other developed economies, outside Europe, is to reduce taxes. The massively increased spending on public services in Britain has resulted, for example, in fewer run-down hospitals and schools, more doctors and nurses, and shorter waiting lists for operations.
A tale osservazione, si potrebbe aggiungere una domanda: se la Gran Bretagna avesse adottato l’Euro, avrebbe potuto ugualmente finanziare i propri programmi sociali degli ultimi anni?
Il quotidiano elettronico Asia Times Online, una delle migliori fonti di analisi e approfondimenti politici ed economici sul web, pubblica oggi due articoli di grande interesse sulla politica estera USA e le sue conseguenze. Si noti che gli autori sono americani, ma la prospettiva è extra-americana, e per la precisione asiatica.
Nel primo articolo, Jim Lobe analizza le recenti evoluzioni dei rapporti tra Washington da una parte, Teheran e PyongYang dall’altra.
Nel secondo articolo, Jephraim Gundzik approfondisce il tema della cooperazione strategica tra Cina, Russia e Iran.
Le possibili conseguenze geopolitiche dell’ascesa del “sovranismo” francese. Una mia analisi per il Power and Interest News Report su un aspetto spesso sottovalutato della politica francese.
Un mio articolo per il PINR sulla crisi in Darfur: un tentativo di interpretazione alla luce delle poste in gioco energetiche e strategiche africane all’epoca della competizione sino-americana:
Sul Corriere della Sera del 31 maggio, Angelo Panebianco nota:
C’è un salto logico tra constatare che gli Stati nazionali europei non possono fronteggiare le sfide del mondo se non cooperando strettamente fra loro (mercato unico, euro) perché la sovranità si è indebolita, e concludere che gli Stati sono finiti
Tale improvvido salto logico, purtroppo, è alla base di tante, troppe interpretazioni errate ma molto popolari degli ultimi anni. La questione della sovranità politica ed economica resta centrale e problematica. “Crisi” della sovranità non significa “fine” della stessa, ma sua trasformazione, a fini di migliore adattamento alla mutata realtà geopolitica mondiale. Se si parte dall’assunto per cui la sovranità è destinata ineluttabilmente a finire, si commette un errore che condiziona pesantemente sia la teoria, sia la prassi politica.
E resta poi da domandarsi –oltre l’osservazione di Panebianco– quale sia il rapporto tra unipolarismo americano e crisi della sovranità degli Stati europei.